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Archivio/I pagliari di Mariotto  

I PAGLIARI DI MARIOTTO

Dall’azione millenaria, meticolosa, quasi ossessiva di spietramento dei campi da parte dei contadini delle comunità locali si generarono le “macerie, gli innumerevoli cumuli di pietre che costellano la nostra Murgia. Dalle “macerie” evolvono e traggono materia i terrazzamenti e le arcaiche architetture dei pagliari in pietra a secco. Così, da antagonista del vomere del contadino come del gregge del pastore, da “rifiuto”, la pietra diventa compagna, strumento, riparo, espressione di civiltà contadina, in un processo di umana evoluzione che però, caso raro nella civiltà del costruire, prescinde totalmente da ogni intervento di lavorazione della materia prima. La primitiva semplicità di queste costruzioni si trasfigura ed emerge in tutta la sua bellezza di sapienza etnica e monumentalità.

 I trulli cominciano a comparire nel paesaggio pugliese verso la fine del II millennio a.C. Il trullo della Murgia barese viene chiamato “pagliaro”, perché adibito prevalentemente a magazzino per la paglia e a ricovero temporaneo per gli animali e gli attrezzi necessari all’allevamento e alla coltivazione.Oggi il paesaggio della pietra a secco sta scomparendo in quanto sono in gran parte cessate le motivazioni che lo hanno prodotto. E’ importante però, conservare  opere appartenenti alle epoche trascorse e salvaguardarle in un tutt’unico con l’ambiente che esse stesse hanno contribuito a formare.Negli ultimi anni si è registrato nel resto d’Europa un mutamento positivo a livello di opinione pubblica  nei riguardi dei sistemi in pietra a secco. Le terrazze, i muri a secco, le capanne di pietra non vengono più considerati un ostacolo alla coltivazione,  un elemento senza importanza del territorio, quanto piuttosto un patrimonio culturale-paesaggistico da salvaguardare e valorizzare, non solo come fonte di benessere  psichico ma anche come valore economico da utilizzare, ad esempio, per lo sviluppo del turismo culturale e rurale, in linea con i principi dello sviluppo sostenibile.Le pubbliche istituzioni non devono sottovalutare la necessità del recupero di queste testimonianze dell’antica civiltà contadina.

 Sarebbe già un valido Progetto quello di censire le centinaia di pagliari sparsi nell’intero territorio agricolo del comune di Bitonto. Sarebbe un’opera meritoria spingere gli enti locali (comune – provincia – regione) alla loro tutela, per far sì che non vengano distrutti,. Convincere gli stessi alla ristrutturazione di queste testimonianze architettoniche dell’antica civiltà contadina, destinando ai proprietari adeguati finanziamenti, sarebbe un’operazione culturalmente valida. Adoperarsi affinché i pagliari (o pagliaruli) bitontini, salvaguardati – tutelati – ristrutturati - valorizzati, insieme ai muri a secco che tratteggiano le tipiche e sterminate coltivazioni di olivi, entrino in un circuito virtuoso di fruizione turistica.

     
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